Donatella Di Pietrantonio
L’età fragile
EINAUDI, 2023
Romanzo
Accolgo sempre con estremo piacere le recensioni che provengono dai quattro angoli del pianeta. Innanzi tutto, per testimoniare di come i romanzi italiani vengono attesi e ricevuti con grande attenzione all’estero. Ma anche per la curiosità nei confronti di una visione intercontinentale della letteratura e della società italiana. L’età fragile è un romanzo che ha venduto circa settanta mila copie dalla sua pubblicazione, edito da Einaudi (2023) e letto da Patrizia Sabatino per Expat Experience Reviews.
Dopo lunga ricerca, riesco a trovare l’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, Premio Strega 2024. Quando vivi all’estero, in un paese sfornito di librerie italiane, è difficile togliersi gli sfizi di letteratura contemporanea. O te li porti nel valigione, o li ordini online, o – come in questo caso – li trovi nella biblioteca della Società Dante Alighieri di Asunción, per gentile donazione di una istituzione italiana. E questa volta la donazione è stata generosa di titoli attuali, per fortuna.
Ultimamente quando decido di leggere qualcosa che esuli dalla preparazione delle mie lezioni, oppure di qualche concorso, individuo un libro e mi ritrovo a cercarci dentro frasi, indizi, rimandi che parlino anche un po’ di noi. Sì, di noi, i nuovi “esodati”, come ci chiama la stampa nostrana. Onestamente non sapevo di cosa trattasse L’età fragile. Ma se aveva vinto il Premio Strega 2024, mi sono detta da subito che il romanzo meritava di essere preso in prestito e messo tra le letture dicembrine. Lucia, Doralice ed Amanda: tre modi di resistere, restare, partire, tornare da e dentro un’Italia, che sembra non cambiare mai, nella sua profonda provincia. Tre età fragili raccontate con estrema verità.
Non conoscevo nemmeno la scrittura della Di Pietrantonio e fin dalla dedica iniziale l’ho trovata contundente: “A tutte le sopravvissute”. È una scrittura precisa, asciutta, scorrevole e incalzante. È stata definita “una penna chirurgica” ed onestamente è così. Paragrafi non molto lunghi, ma generosi di racconto.
Lucia è l’io-narrante. Una fisioterapista cresciuta e vissuta tra le valli dell’Abruzzo ed il mare di Pescara. Ci racconta le proprie fragilità, prima da ragazza cresciuta in provincia e poi da donna che da quell’ambiente non riesce ad andarsene, a differenza di quello che faranno la figlia Amanda e l’amica Doralice.
La narrazione prende spunto da un fatto di cronaca accaduto tra le montagne della Maiella e che ha scosso la comunità. Un omicidio che durante una lontana notte d’estate ha tolto la vita a due turiste e cambiato quella della giovane Doralice. Scampata per miracolo alla mano dell’assassino, la ragazza decide di scappare via dalle terre semplici dell’Abruzzo più profondo, raccontato nel romanzo attraverso le immagini dei pascoli, del mare e del formaggio. Lucia invece non se ne andrà e decide di studiare fisioterapia: per darsi un’opportunità, per non finire tra l’odore dei pascoli e del formaggio, che a volte sembra odiare.
Doralice, compagna dell’infanzia e della giovinezza, dopo quel brutto fattaccio parte lontano, in Canada. Il rapporto di amicizia viene incrinato e le amiche si perdono di vista, come succede spesso tra chi emigra e chi resta. È la madre di Doralice a descrivere dapprima quella separazione dalla figlia con poche parole, ma pungenti: “Una figlia che vive dall’altra parte dell’oceano è persa. Nessuna telefonata te la riporta da sette mila chilometri di distanza”. Ma anche attraverso il personaggio di Lucia, Di Pietrantonio riesce a raccontare il distacco tra chi parte e chi resta ad aspettare. È infatti quello che è successo a Lucia, due volte, con Doralice e con sua figlia Amanda, che semplicemente studia fuori sede.
La madre di Doralice attende una telefonata dal Canada, che poche volte arriva. Lucia, invece, riceve un giorno la telefonata di sua figlia Amanda, che dopo pochi mesi a Milano le comunica di voler ritornare a casa, in Abruzzo. Qualcosa è successo. Quel soggiorno l’ha cambiata, l’ha scossa, l’ha ferita. Lucia ci racconta di una figlia profondamente turbata dalla breve esperienza di studentato nella capitale lombarda e così facendo dà voce alle madri – e alle amiche – che, come spettatrici, vedono partire chi hanno più a cuore. Non ti fermano, ma a fermarsi è il loro cuore, nell’attesa di un prossimo incontro, che può rivelarsi a volte molto amaro.
L’età fragile ci racconta le difficoltà della crescita, ma anche del ritrovare chi ha deciso di andarsene dal suo paese, dalla sua regione, dalla sua città o dalla sua valle. Chi resta ci aspetta nello stesso modo in cui ce ne siamo andati. Uguali a quelli che eravamo. Ma noi, inevitabilmente, abitando un’altra regione o un altro continente, siamo mutati. La distanza ci trasforma. È forse il piccolo pegno da pagare al coraggio che ci ha spinto a partire.
Consiglio questo libro a chi, dopo un lungo cammino, è tornato alla sua Itaca, ma anche a chi ha deciso di rimanere ad aspettare, accettando anche il nostro più silenzioso cambiamento.
Esperienza di lettura: la lontananza fisica, emotiva, generazionale
L’età fragile è un romanzo sulla difficoltà di abitare il mondo dopo una frattura, che sia un trauma, un lutto o una colpa. La lontananza e l’esilio non sono soluzioni, ma condizioni esistenziali: si può tornare nei luoghi, ma non sempre si riesce a tornare a sé stessi. La scrittura di Donatella Di Pietrantonio è asciutta, trattenuta, e proprio per questo restituisce con forza la fatica di restare vicini quando tutto spinge a fuggire. “L’ha salvata il suo istinto di auto-conservazione. Forse lo stesso che poi ha portato Doralice così lontano e per sempre da qui. E forse proprio quello che ha riportato qui Amanda.”
Recensione di Patrizia Sabatino, Autrice e Docente di Lingua italiana in Paraguay

