Min Jin Lee
Pachinko. La moglie coreana
Milano, PIEMME, 2018
Romanzo
Può sembrare complicato, ma ecco come mi è capitata tra le mani questa lettura: un’amica belga espatriata in Giappone mi ha prestato la versione francese del romanzo di un’autrice coreana emigrata negli Stati Uniti, Min Jin Lee. 😉 La traduzione in italiano è curata da Federica Merani, edita da Piemme con il titolo: Pachinko. La moglie coreana.
Bestseller internazionale, finalista al National Book Award, si tratta di una saga familiare che attraversa quasi un secolo (dai primi del Novecento agli anni Ottanta) e segue le vicende di una famiglia coreana costretta a emigrare in Giappone. Al centro del romanzo c’è il tema dell’espatrio forzato e della mancata integrazione, vissuti come condizioni permanenti, trasmesse di generazione in generazione. La storia inizia nella Corea del Sud, sotto il dominio coloniale giapponese: Sunja, figlia di una locandiera, rimane incinta di Hansu, un uomo carismatico, che ha già una moglie e i cui affari prosperano grazie ai legami con la yakuza, la criminalità giapponese. Sunja rifiuta di diventare la sua amante. Accetta invece di sposare Isak, un pastore cristiano gentile e cagionevole, seguendolo in Giappone, dove spera di costruire una vita più dignitosa.
L’espatrio, però, non porta riscatto. In Giappone la famiglia vive in povertà, discriminata in quanto zainichi (coreani residenti in Giappone). Dopo la morte di Isak, Sunja cresce i figli tra enormi sacrifici, nella casa del fratello del marito. La preparazione del kimchi, insieme alla cognata, e la vendita clandestina al mercato (i coreani non possono avere licenze) permette alla famiglia di sopravvivere economicamente. Questo lavoro ha inoltre il merito di sostenere una micro-comunità coreana in un ambiente ostile, offre alle due donne uno scopo e una dignità, rappresenta il legame fortissimo di solidarietà femminile, nonché una forma di resistenza silenziosa alla discriminazione.
Le generazioni successive (con i figli Noa, Mozasu e il nipote Solomon) continuano a cercare l’emancipazione, scontrandosi con barriere sociali e culturali. Il cuore del romanzo sta appunto nella rappresentazione della mancata integrazione strutturale dei coreani in Giappone, che sono esclusi dai lavori qualificati, subiscono umiliazioni quotidiane, vengono definiti da stereotipi razziali, anche quando sono nati sul suolo nipponico. Questa esclusione non è solo sociale, ma identitaria. I personaggi interiorizzano il rifiuto, reagendo in modi diversi: Noa tenta l’assimilazione totale, attraverso lo studio, cambiando nome e rinnegando le proprie origini. Mozasu accetta la marginalità e trova successo economico nel mondo dei casinò (il pachinko, popolare gioco d’azzardo, è un settore disprezzato ma accessibile agli zainichi). Solomon, cresciuto tra Giappone e Stati Uniti, scopre invece che nemmeno l’istruzione e la globalizzazione cancellano lo stigma dell’alterità.
In Pachinko l’espatrio non è mai presentato come un’opportunità liberamente scelta, ma come una necessità imposta dalla storia o dalle contingenze: la colonizzazione giapponese della Corea, la povertà rurale, l’assenza di reali alternative. La terra di approdo è uno spazio ostile, in cui i coreani vengono tollerati solo come manodopera marginale. Il confronto tra Pachinko e le migrazioni contemporanee mostra come il romanzo di Min Jin Lee, pur ambientato nel Novecento, descriva dinamiche ancora profondamente attuali. Cambiano i contesti geopolitici, ma restano simili i meccanismi di esclusione, precarietà e identità sospesa.
Il lettore espatriato riconoscerà nella trama il punto di svolta della rottura irreversibile: i personaggi non appartengono più pienamente né alla Corea né al Giappone. In particolare, per tutti quelli che vivono l’espatrio in Giappone oggi, Pachinko è il manifesto dei limiti invisibili, rigidi e invalicabili, che la società nipponica pone nei confronti dello straniero. Nel contesto del romanzo, l’integrazione non fallisce infatti per mancanza di volontà individuale e il trauma dell’espatrio non si esaurisce con la prima generazione. La seconda generazione vive, anzi, una doppia esclusione: non completamente accettata nel paese d’origine dei genitori, né in quello di nascita. Ed è forse l’aspetto più toccante di questo libro per me: la migrazione resta sottopelle come un’eredità emotiva.
Esperienza di lettura: la condizione di esclusione permanente
Pachinko, romanzo di grande attualità, anche politica, racconta l’espatrio non come viaggio, ma come condizione esistenziale permanente. Min Jin Lee mostra come la mancata integrazione non sia un fallimento individuale, bensì il risultato di sistemi storici e politici discriminatori. La sopravvivenza, più che l’ascesa sociale, diventa l’obiettivo principale, e la dignità si costruisce non nell’appartenenza, ma nella resilienza silenziosa delle generazioni.
In qualche caso, la vera tragedia della migrazione non è la partenza, ma il non-arrivare mai davvero. Questa condizione – l’essere “quasi” parte della società – è una delle esperienze più diffuse e alienanti nelle migrazioni contemporanee.


It’s fascinating how a friend’s recommendation led to discovering this novel; I’ll have to look for it now. I found some interesting background on Korean diaspora stories while researching, and (…) had a few relevant resources.